Un laboratorio sul lievito madre non è solo un esperimento di cucina.
È un viaggio vivo e sorprendente, che coinvolge tutti e cinque i sensi.
La vista è il primo contatto.
Davanti a noi, ciotole di impasto che sembrano respirare: piccole bolle che si formano, crepe che si aprono, movimenti quasi impercettibili.
Perché il lievito madre — cioè un impasto di acqua e farina che contiene microrganismi naturali, come lieviti e batteri “buoni” — è vivo. Si nutre, cresce e cambia nel tempo.
Poi arriva l’olfatto, e qui inizia la magia.
L’odore è pungente, leggermente acido, ma anche caldo e familiare.
È il profumo della fermentazione, quel processo naturale in cui i microrganismi trasformano gli zuccheri dell’impasto producendo anidride carbonica — le bolle che fanno “gonfiare” il pane — e sostanze che danno aroma e sapore.
Un odore che sa di cantina, di pane che sta per nascere.
Con il tatto entra in gioco la manualità.
Le mani affondano nell’impasto, lo lavorano, lo sentono vivo sotto le dita.
È morbido, elastico, reagisce al movimento.
Impastare è come entrare in sintonia con una piccola creatura che risponde al tuo tocco.
E poi c’è anche l’udito, spesso sottovalutato.
Si sente il rumore regolare dell’impastatrice: la macchina che mescola farina e acqua fino a creare una massa omogenea.
Quel suono è come un battito, il ritmo del laboratorio.
Infine, il gusto.
Il lievito madre non si assaggia direttamente — sarebbe troppo acido — ma basta la fantasia per immaginare il sapore del pane che nascerà da lì: una crosta croccante, la mollica profumata, il gusto autentico di qualcosa fatto con pazienza.
Questo laboratorio ci ha insegnato che il lievito madre non è solo un ingrediente: è un organismo vivo, che cresce e respira.
Chiede tempo, attenzione e cura.
Non parla, ma comunica.
Non corre, ma cambia, giorno dopo giorno.
E noi, in questo laboratorio, abbiamo imparato ad ascoltarlo con gli occhi, il naso, le mani, le orecchie… e perfino con la fantasia del gusto.